L’umanità, il vizio che preferisco

Salgo sul tram come ogni mattina, poco prima di una persona piuttosto anziana, ma neanche troppo.

Invito l’uomo ad occupare il posto che avevo preso io, rifiuta sorridendo, con un gesto goffo mi fa cadere il telefono, ci pieghiamo entrambi a prenderlo, mi dice: “non ci emozionamo”.

“Lei è una persona educata”, continua, “non ne vede tante”. Capisce che non sono del Nord, dall’espressione e dai colori. Parliamo della gente quella bella e della gente quella brutta. Lui ha a che fare un pò con tutti, viaggia tanto, è architetto e perito assicurativo, sapete edilizia e bla bla bla.

Capisco che non sta facendo il brillantone come certi similberlusca, è sinceramente curioso. Mi chiede che lavoro faccio, glielo dico mi risponde: ah quindi si fa le flebo. Provo a riconsiderare il mio lavoro mentre mi racconta che uno dei suoi figli è architetto e aiuta le persone disabili progettando soluzioni ad hoc. Improvvisamente il mio lavoro non mi sembra più tanto figo

Mi saluta dicendo: “Io scendo, ma se mi permette vorrei salutarla con un bacio in fronte”.

Glielo permetto.

Poi mi scendono le lacrime.

Era un pò che non mi concedevo di piangere. La mia palpebra sinistra da qualche giorno ha i suoi movimenti impercettibili e involontari, ma piangere no.

Il muscolo che si ribella, L’umanità che è più forte.

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Facciamolo, vah

L’anno scorso, in questi giorni più o meno, piangevo tutte le mie lacrime, in silenzio e a bocca asciutta. Perchè così io piango.

Faceva caldo? Certo 

Ricordo altro? Tutto, persino un vestitino color senape che mi scivolava addosso. Io ripiegata sulla mia sediolina gialla. Giallo e senape, non si possono guardare insieme. Ma tant’è, almeno non ero in nero. Non avrei sopportato una scena tanto tragica in nero, sarebbe stato un clichè poco degno di me.

Non avevo neanche sete, a tal punto era il deserto. Una sorta di premorte, nessun drago da Trono di Spade da scambiare con un anello.

La immaginavo una bella estate, avevo tutto, non avevo niente, ognuno si sbracciava a dire la sua a gesti e a parole. Poca voce, tanto rumore, un caldo medio.

Ora è così bello questo silenzio di piedi nudi sul legno. E piove ed è Luglio e non mi sembra vero, di aver perso tanto e aver trovato me.

Il ragazzo chi?

Quando un ragazzo si butta dalla finestra a sedici anni non c’è scusa che tenga. La colpa è di qualcuno. 

Quindi tutti a cercare le cause, a puntare il dito per esorcizzare una proiezione. Perchè diciamocelo, quando un fatto di cronoca ci affligge, bisogna reinventare una storia in cui, chi giudica, avrebbe fatto meglio. Meglio come madre, meglio come padre, meglio come finanziere, come fratello, come compagno di squadra e come figlio. 

E quindi via col colpevolizzare la madre,ecchecazzo doveva far intervenire l’autorità? E la figura educativa del genitore? Il suo esempio? Che non puoi chiamare davvero il lupo se tuo figlio nn mangia. 

E I finanzieri? Che rimproveri gli avranno mai mosso? Quale spettro devono avergli mostrato per fargli preferire un volo verso il basso che verso l’alto. E non andava fatto, tutto sbagliato. Abbasso il proibizionismo.

Ah e legalizziamo la droga, così nessuno si suicida per possesso di hashih. Perchè il suicidio uccide direttamente, l’hashish no, dai puoi avere una vita lunga e felice fumandolo. Forse, di certo, boh.

 Nel dubbio mettiamoci tutti a fumarlo perchè così sodalizziamo con salcazzo cosa.

E i compagnia di calcio dov’erano? Che qui siamo tutti amici perfetti e presenti. E gli psicologi? Perchè nessuno li ha chiamati? E lo stato dov’era? 

Ma questo ragazzo…ma il ragazzo chi?

Attento a quello che vuoi, potresti ottenerlo.

Deve essere iniziato tutto lì, sei anni, i codini, i denti stortarelli, le fossette e i jeans di due taglie più grandi, con i risvolti, come si vede dalle mie foto a quell’età.

Il solito litigio con mia madre, nemmeno uno dei peggiori, ma ce lo ricordiamo entrambe.

Io preparo una piccola valigetta con non so cosa, sicuramente cianfrusaglie e vado da mia madre. Voglio andar via di casa, le dico. 

Non so esattamente cosa mi aspettassi, di certo non che mia madre mi dicesse va bene, vai. E aprendo la porta e vedendo che uscivo me la richiuse in faccia.

E ora che faccio, mi chiesi, mi ha davvero chiuso fuori? Non feci un passo, col piede. Ma credo che con la mente realizzai questo: attento a quello che vuoi, potresti ottenerlo e da lì poi sarai tu, la tua testa, il tuo fegato, il tuo colon, i tuoi piedi, i tuoi denti storti, i tuoi codini e poco altro.

Da allora mi piace ancora farmi I codini e preparare la valigia.

Ah, dimenticavo, mia madre mi riaprì dopo un minuto.

Solo un pò

Un pò mi piace, questa quiete da agnello al pascolo, questo giro di vite che finisce per lasciare più aria in circolo.

Un pò mi sorprende ma mi piace, fa niente se stride, se l’uva non è matura e il mosto è amaro, se la pigiatura è lenta e il vino non sarà un capolavoro da duecento euro a bottiglia.

Un pò mi incuriosisce questo forellino alla staccionata da cui mi pare di vedermi meglio, anche se guardo altrove.

Il mio parere su Tiziana, non richiesto.

Premetto che non sapevo chi fosse Tiziana e perchè fosse tanto nota.

Poi sento del suicidio, vado in rete, mi informo, cerco di capire.

Tantissime chiacchiere, colpa mia, colpa tua, colpa nostra, colpa del web, delle violazioni sulla privacy, di un deficiente che ha pubblicato un video più o meno spinto, di qualcuno che lo ha fatto diventare satira.

Personalmente non mi interessa di chi è la colpa. Ho provato solo ad immedesimarmi e ho fatto difficoltà. E non perchè non condivida l’idea che ognuno nel privato può fare quel che vuole se non fa male ad altri, sono assolutamente liberale.

Ma ci si può uccidere per il video di un pompino? Credo che Tiziana fosse particolarmente fragile e non avesse saputo dare a quel video il senso che aveva: un gioco, a cui lei ha partecipato.

Certo che andava rispettata, tutelata, certo che non doveva succedere.

Ma è successo. E I conti si fanno con le conseguenze, imparando magari anche ad accettare le nostre sconfitte.

Questo è quello che avrei detto a mia figlia: tutelati, non aspettare che siano gli altri a farlo per te. E se commetti un errore accettalo, perchè tutti sbagliamo. Ma la vita è una: amala.

Ognuno è quello che è

Pare che per raccontare una perfetta bugia sia necessario saperla ripercorrere al contrario. Così Lucas Kant si esercitò tutto il pomeriggio, la sera e la notte seguente per ripetere verbalmente gli eventi di quella giornata funesta. Non aveva un alibi, ma del resto, pensò, chi ne ha mai davvero uno? Saper raccontare storie e farlo bene era il suo lavoro. La scelta dei tempi, della loro consequenzialità rarefatta e un’affabulazione scarna ma risoluta, erano le sua specialità di avvocato.

SANDERS

La signorina Liv bussò alla porta senza troppa cura ed entrò nello studio chiudendosela alle spalle.

-Avvocato la attende la Depretis.

Il tono era formale, il sorriso no.

-Mi ricordi chi è. Quella con la sindrome di Stendhal quando mi vede?

E sorrise, anche lui.

La Signora Depretis entrò dopo poco, ingioiellata di tutto punto come una Madonna barocca, bruna e vestita di giallo, per non dare nell’occhio.

-Buongiorno, signora, come sta?

-Guardi, dottore, male.  Dobbiamo chiudere questa faccenda il prima possibile. Ha sentito l’avvocato della controparte?

-Signora io sono un avvocato, non un dottore. E mi pare ovvio che ho sentito la controparte… o forse pensa che io sbucci fagioli qui in studio?

-Mi scusi, dottore. Cioè, avvocato. Cioè posso chiamarla Martin?

-No, signora, non può. Io sono il suo avvocato, non suo fratello, suo cugino o il vicino di casa a cui chiedere il burro quando le finisce. Comunque veniamo a noi: l’eredità può essere equamente divisa tra lei e sua sorella, la controparte è d’accordo. Se lei intende impugnare il testamento di suo padre, sua sorella farà altrettanto e vi infilerete in un labirinto di recriminazioni oltre che in un ginepraio, perché suo padre, come sa, aveva un’amante e altre due figlie.

-Dottore…

-Avvocato. Avvocato Martin Sanders, per la precisione, ma se vuole un dottore gliene posso consigliare uno.

-Va bene, avvocato, mi ci faccia pensare. Anzi, posso posso parlare col suo collega, l’avvocato Kant, che è meno bello ma, mi permetta, più gentile di lei?

-L’avvocato Kant manca da due giorni.

-E perché mai, dottore?

-Io mi arrendo.

Chiamò la signorina Liv e le chiese di accompagnare la signora a prendere un caffè e pagare la fattura.

KANT

Lucas era a casa, nessuno lo aveva cercato. Né lo studio, nella persona di quell’ ammiccante di Liv, né le forze dell’ordine, nella persona di un carabiniere pronto a interrogarlo sui fatti di due giorni prima. Ormai la storia era pronta, ma si rese conto che, per renderla credibile, c’era bisogno che tornasse in studio a lavorare e fingere la sua solita indifferenza.

-Buongiorno, signorina Liv.

-Buongiorno, avvocato Kant, va tutto bene?

-Si, sono stato a Newport per incontrare un potenziale cliente e ne ho approfittato per fare un giro.

-Beato… È stato a casa di Renè?

Lui sorrise e si chiuse la porta alle spalle, senza rispondere, perché c’era ben poco che potesse dire non sbagliando e, se c’era una cosa che l’esperienza di avvocato nello studio associato che portava anche il suo nome gli aveva insegnato, era che usare poche parole è la chiave per uscire da qualsiasi viluppo situazionale. Usare un sorriso, anche meglio.

Chiamò Morgan per l’udienza dell’indomani, si fiondò nelle sue carte e sollevò il capo solo quando Sanders bussò alla porta, intorno alle diciannove e trenta.

– Entra Mark.

– Come va, Lucas, non ti vedo da due giorni. Un drink da Smoky’s?

-Si, dai, ho proprio bisogno di bere.

 

BOLT

Renè era stata trovata morta, con indosso solo uno slip verde smeraldo, sulla spiaggia di Newport. L’acqua era scura e gelida, increspata dal vento proveniente da Nord Est. Era difficile immaginare che qualcuno fosse rimasto solo in slip su quella spiaggia. Il mare era di certo l’ultima cosa che aveva visto prima di morire. Lo slip era di seta sottile, le corde ai polsi, alle caviglie e ai gomiti erano spesse. Nessun segno al collo. Il medico legale disse che era morta per annegamento, dallo stato di decomposizione del cadavere dichiarò che fossero passate tra le quarantotto e le settantadue ore. L’acqua le aveva riempito i polmoni.Qualcuno l’aveva legata e spinta col collo in acqua per circa dieci minuti, come dimostravano i segni dietro la nuca e le pupille ancora pregne di sconcerto. Inoltre, sul dorso c’erano numerosi segni di percosse. Quella ragazza non solo era morta, concluse il medico legale, ma era morta soffrendo molto.

L’ispettore incaricato del caso, soprannominato Bolt per ragioni ovvie a tutti tranne che a lui, pensò che, wow, certo che il medico legale era un genio. Non si espresse subito, ma quando rimase solo col commissario Rat irruppe:

-Questi medici legali sono tutti dei gran furboni. Che la ragazza avesse sofferto non era certo una conclusione da laurea in medicina legale.

-Ha ragione, ispettore, però concentriamoci sui fatti.

-E cosa ci dicono i fatti, Rat, chi è stato?

-I fatti parlano fino ad un certo punto, ispettore.

-Ovvio, Rat, ovvio. Siamo noi che dobbiamo farli cantare questi stramaledetti fatti. Per cominciare, questa René, chi era? Cosa faceva? Dove abitava? Aveva un amante, un fidanzato, una famiglia? Cosa sappiamo?

Il commissario Rat aprì la sua cartellina e recitò:

-René Zallinger, nata nel Michigan, trentatrè anni, residente a Newport, laureatasi a New York, lavorava come chirurgo maxillo facciale alla clinica Strand.

-Quella per ricconi?

-Proprio quella.

-Continua.

-Era fidanzata con l’avvocato Lucas Kant, della Kant-Sanders-Johnson associati.

-Cazzi amarissimi.

Ma fu un pensiero ad alta voce.

-Cosa ha detto, ispettore?

-Ho detto che dobbiamo andare da Kant. Questo è un casino a cinque stelle. Senza l’accento sulla o.

LIV

Liv accolse l’ispettore con fare interrogatorio ma col suo solito sorriso.

-No, il dottor Kant è in tribunale per un’udienza. No, non so dire a che ora di preciso rientrerà, però posso farla parlare con l’avvocato Sanders.

E facendo quel nome le si i gli angoli della bocca all’insù.

-Va bene facciamo due chiacchiere con Sanders.

La signotina Liv tornò dopo poco e li fece accomodare in sala riunioni. Sanders arrivò scuro in volto e accigliato.

-Ispettore, come posso esserle utile?

-Lei conosce Rene Zallinger?

-Certo, è la fidanzata di Lucas.

-In che senso la fidanzata?

-Nel senso che vanno a letto insieme e si sposeranno a Giugno prossimo. Perché queste domande?

-Perché questo matrimonio  è naufragato, avvocato.

-Temo di non capire, ispettore.

-Dica a Kant di venire in commissariato entro stasera, dobbiamo fargli qualche domanda.

Silenzio. Vuoto. Sanders crollò sulla poltrona in pelle nocciola costatagli più di qualche bugia, si allentò la cravatta e chiamò Liv, non sapendo cosa altro fare.

-Liv, ho bisogno di te.

Quando la chiamava così lei sapeva cosa lui voleva.

Durò a lungo, ma non durò per sempre, la sua lingua sul suo petto, il lento incandescente calore del suo corpo perfetto, lei inginocchiata e piegata, lo guardava, mentre si faceva mansuetamente tenere la nuca. Quanto è bello essere umani, pensò Sanders.

Poi finì e ricordò con lucida calma la visita dell’ispettore, l’assenza di Lucas per due giorni, la serata da Smoky’s. O non ci stava capendo un cazzo, o aveva capito troppo e doveva fingere di non starci capendo un cazzo. La seconda, pensò. La prima, si raccontò.

 

CREPE

Kant era tornato. L’udienza era stata un successo… aveva mica voglia, Sanders, di un altro drink?

-Lucas, siediti, il drink te lo offro qui.

E gli versò due dita di whiskey.

-Lucas, l’ispettore ti attende in commissariato. Che succede? Renè? Cosa cazzo è successo? La tua assenza, le tue farneticazioni da Smoky’s, vuoi parlarmi chiaro?

Lucas bevve il whiskey al fondo, simulando sangue freddo.

-Niente, io e Renè abbiamo litigato, ci siamo lasciati. Lei aveva un altro. L’ho fatta seguire e l’ho scoperta. Le ho spiattellato la verità in faccia. Tutto qui, non l’ho toccata, non l’ho toccata.

-Lucas, Rene è morta cazzo, mortaaaa!

Il bicchiere di Lucas cadde a terra, Lui si sedette e non pianse. Smise di respirare, solo per qualche istante. Guardò la gigantografia di Kennedy alla parete, sorriso sornione, sigaro in bocca, vento tra i capelli e pensò questo è un vero uomo.

-Martin non trovi che Kennedy sia davvero un’icona?

Sanders spalancò gli occhi e in quel preciso istante capì che la terza ipotesi, quella non fatta, era quella giusta.

Liv era felice, Sanders raramente le concedeva attimi di intimità. Erano amanti certo, ma la loro relazione  era fatta più di attese che di momenti goduti. Nello specifico, di lei che attendeva. Troppo ingenua per capire che era solo un bel giocattolo nelle mani di Sanders, troppo ostinata per dargli ultimatum dopo cinque anni, troppo bella infine per non puntare tutto sulla sua bellezza. Ma i meccanismi relazionali hanno sempre più di una chiave di lettura, per questo agli occhi di Sanders quel giocattolo non si sarebbe mai rotto mentre in realtà la falda sottesa alla loro relazione era più che crepata.

Nell’ufficio dell’ispettore la situazione sembrava calma. Il commissario Rat aveva preso delle soffici ciambelle glassate, lo zucchero si stava sciogliendo tra i denti in quel meraviglioso attimo di picco glicemico, quando arrivò Kant, in preda a se stesso.

-Mi stavate cercando?

-Si avvocato, si accomodi. Possiamo registrare la sua deposizione, o vuole un avvocato?

-Non voglio un avvocato, voglio capire cosa è successo a Renè.

-Ce lo dica lei, dov’era il pomeriggio e la sera di tre giorni fa?

-Il pomeriggio ho giocato a tennis con il mio amico Fitz, fino alle 17.30, poi sono andato a Newport, a mangiare da Gump aragoste e infine a bere al Paradisee, con un potenziale cliente. Sono tornato al mio cottage alle tre passate. Mi sono addormentato, al risveglio ho fatto un tuffo in piscina, ho mangiato un’insalata, sono andato alla Marble House. Sapete che la Marble House fu costruita tra il 1888 e il 1892, per i coniugi Vanderbilt, disegnata dall’architetto Richard Morris Hunt e contirne circa quidicimila metri cubi di marmo? Sapete che…?

– Avvocato Kant, se non la conoscessi di fama, penserei che lei stia divagando. Ci dica poiuttosto il nome del potenziale cliente.

-Per ragioni ovvie di segreto professionale, non posso farlo.

-Avvocato temo che il segreto professionale sia meno importante di un caso di omicidio: ubi major…

-Non avevo capito di essere accusato di qualcosa, nè che si trattasse di omicidio. Se avrete la cortesia di raccontarsi cosa è successo posso aiutarci a capire se davvero si è trattato di omicidio. Per es…

-Avvocato, Renè aveva i polmoni pieni d’acqua, mani e piedi legati, oltre che numerosi segni di percosse. Vuole offendere la mia intelligenza o solo prendermi in giro?

-Ha qualcosa di forte da bere?

DUE PIU’ DUE NON FA QUATTRO

 Era stato stupido? Avventato? Aveva commesso l’errore della sua vita o era stata solo una stupida mossa su una scacchiera, che gli era costata la partita?

Cosa era successo? In quale momento aveva perso il controllo della sua vita?

Gli avevano portato qualcosa da bere, ma in quel bicchiere c’era tutta la sua sconfitta e non riusciva a deglutire.

-OK vi racconto tutto, a questo punto mi pare l’unica cosa sensata da fare. Sono state da René a casa sua, l’altro ieri sera, e abbiamo litigato. In realtà l’ho aggredita. Ho scoperto che vedeva un altro, stava uscendo col proprietario della clinica dove lavorava, un certo Miller, Lois Miller. L’avevo fatta seguire perchè negli ultimi tempi era distante e scostante, dovevamo sposarci a breve, volevo vederci chiaro. Viene fuori che vede questo Miller da un anno, ma nonostante ciò aveva accettato di sposarmi. Le ho sbattuto in faccia la verità: foto, mail e documenti provanti il legame. Non ha reagito, neanche una parola, allora accecato dalla rabbia l’ho preso a schiaffi e a calci. Poi sono andata via. Ma quando l’ho lasciata era a casa sua, assolutamente viva e con l’odio negli occhi.

Questa è la verità, per quel poco che può valere. So che avevo il movente. So di non avere un vero alibi, ma la verità è che non l’ho uccisa. E non ho idea di chi possa averlo fatto.

Incriminatemi pure.

-Vada avvocato, ma resti disponibile. Sentenziò Bolt che nel frattempo aveva avuto un dolore lancinante allo stomaco e doveva correre in bagno.

DOVE SI INFITTISCE LA NEBBIA

Ispettore Io non ho capito granchè. Sentenziò il commissario Rat, al ritorno della seduta in bagno dell’ispettore.

-Rat questa cosa non mi sorprende, del resto sono confuso anche io, ma ho una mia teoria.

-E sarebbe, ispettore?

-Tempo al tempo, Rat.
Nel frattempo Kant era tornato in studio, con un atteggiamento ermetico che neanche Lyndon Johnson al giuramento dopo la morte di Kennedy. Liv invece era ancora nella sua favolosa nuvoletta quindi non ci fece caso, ma Sanders quando lo vide passare dal corridoio uscì dal suo studio e si fondò dalla porta a vetro opaco di Kant.

-Cosa mi dici Lucas?

-È tutto sistemato.

Sanders sentì l’impulso irrefrenabile di metterlo al muro, invece gli sorrise.

Il pomeriggio passò veloce, tra meeting e appuntamenti Sanders e Kant neanche ebbero il tempo di bere dell’acqua. La sera, quando le luci dei grattacieli cominciarono a riflettersi sui vetri dello studio, Kant si versò da bere e pianse. Pianse talmente tanto che bagnò persino i documenti del caso Cowell senza che questo potesse scalfirlo. Era come se si fosse rotto un vaso e tutto ciò che conteneva fosse salito in superficie contemporaneamente, sicchè lui piangeva ma non sapeva esattamente se per se stesso, per Renè, per la sua morte o il terribile vuoto del naufragio del sogno del matrimonio. Aveva passato gli ultimi giorni a giustificare a se stesso l’aggressione e a trovare alibi e scuse nel caso lei lo avesse accusato, non aveva la minima idea che uno scenario cosí assurdo potesse presentarglisi all’improvviso con l’evidenza di un pugno in faccia. E a proposito gli sanguinava il naso, oltre che il cervello. Cercò di pensare a cosa era successo, di ripercorrere gli eventi di quella sera minuto per minuto, sminuzzandoli come una cipolla da soffritto. Ricordò gli occhi blu di Renè terrorizzati, il suo mutismo, il vento sul terrazzo quella sera e la puntura di mille spilli del discorso sul tradimento. Di certo, non aveva mai reagito in modo cosí folle e impulsivo, cosí sconclusionato e inutile, ma si sa che spesso ci si innamora male e ci si risveglia peggio.

Chi poteva volerla morta ed in un modo così violento? La sua domanda era la stessa che Bolt, nello stesso istante, stava rivolgendo a Rat. 

MILLER

Lois Miller era così perfettamente bello coi suoi zigomi alti e il naso rifatto, cosí compito e affettato nei modi che per Bolt, che era uno verace, fu odio a prima vista. Questo determinò il tono dell’interrogatorio, non meno che il corso degli eventi a seguire.

-Dottor Miller, lei è uno che tiene molto all’aspetto esteriore?

-Ispettore, mi pare ovvio. Conduco una clinica estetica, mi pare il minimo. Posso aiutarvi in qualcosa col mio lavoro?

-No, dottore. Siamo qui in veste ufficiale e pur non essendo belli come lei, forse siamo noi a poter aiutare lei. Forse. 

E aggiunse una smorfia con fare infastidito.

Per tutta risposta Miller sfoderò il suo sorriso da Ken d’altri tempi e rispose:

-Son qui ad accettare il vostro aiuto, ma non mi è ancora chiaro di cosa stiamo parlando.

-Signor Miller lei conosce René Zallinger, nata nel Michigan, trentatrè anni, bionda, occhi blu…

-Certo. Lavora nel mio studio due volte a settimana. È un ottimo chirurgo.

-Era. Usiamo il passato. E a proposito di passato, lei dov’era la sera di quattro giorni fa, dalle dieci alle tre e soprattutto, come si è graffiato al collo?

-Di cosa sono accusato? I graffi me li ha fatti il mio gatto.

-Lei non ha un gatto, Miller.

-Cosa ne sa lei?

E a quel punto Rat si voltò verso Bolt anche lui incuriosito.

-Scommettiamo?

-Che non ho un gatto? 

-No quello è troppo facile. Scommettiamo che lei ha ucciso Renè e ha tentato di liberarsi del cadavere ma le correnti l’hanno riportata a riva?

-Che scommessa grottesca.

-Non più grottesca di lei.

-Mi sta muovendo un’accusa precisa? In caso contrario la invito ad uscire.

-Io invece la invito a presentarsi domani in commissariato alle 14.30, col suo avvocato.

 OGNUNO È QUELLO CHE È

Bolt non era stato deontologicamente perfetto e lo sapeva.

-Rat, l’ha uccisa lui.

-Ispettore, come fa ad esserne certo e come faceva a sapere del gatto?

-Rat, Miller non ha un gatto, il suo vestito era lindo e i gatti lasciano pelo ovunque, se lui davvero avesse avuto un gatto tanto da farsi graffiare il collo giocandoci (e le pare uno che gioca coi gatti?) avrebbe avuto qualcosa addosso di visibile sul blu scuro. Inoltre non ha obiettato che non era vero e ha glissato sull’alibi. Infine, non sembrava nè dispiaciuto nè sorpreso della morte di Renè. So di essere stato aggressivo, ma con quelli così devi essere martello, non puoi permetterti di fare l’incudine.

Rat obiettò:

-Va bene, ma quale sarebbe l’alibi?

-Miller è sposato Rat, con una ricca ereditiera. Renè deve averlo chiamato dopo essere stata aggredita e deve avergli detto che voleva stare con lui, perchè per lui aveva mandato a monte un matrimonio. Lui sarà andato in panico. L’ha raggiunta e l’ha uccisa.

-E come lo proviamo ispettore?

-Sto aspettando gli esami delle celle su cui si è appoggiato il telefono di Miller quella sera, casa sua è troppo lontana dal luogo dell’omicidio. Se era lì, siamo alla resa dei conti.

Mentre concludeva il discorso entrò un appuntato, consegnò a Bolt una busta chiusa ed uscì.

Bolt la porse a Rat:

-Aprila tu, so già cosa ci dirà e giacchè ci sei vai ad arrestare Miller, mi occuperò io dei familiari.