A bad romance


 

 

Cercarti, in ogni angolo.

Non riuscivo a fare altro.

Quando di giorno non ti vedevo, di notte mi concentravo per sognarti. E ti sognavo: una sorta di superman che senza paura mi avrebbe portato via, dalla mia casa angusta, dai  miei genitori assenti, dalle mie paure incalzanti.

 Nascere povera ti dà una marcia in più, pensi che non hai nulla da perdere, lotti con più grinta, stringi i pugni con più forza. Quando nessuno ti dà affetto soffri meno per un litigio, per uno schiaffo dato o preso, ti penti poco o nulla.

Con te invece era stato come aprirsi la pelle, scoprire i muscoli neanche ben sviluppati, mostrare schiena e pelle e fianchi dolenti senza vergogna. Mi proteggevi, mi insegnavi tutto, eri lì a risplendere, un uomo che mi amava.

A diciotto anni non mi ero posta il problema del perchè mi cercassi, un uomo di quindici anni più grande, un uomo bello e in gamba ( e allora così mi sembrava). La verità è che quando si è come un criceto nella sua ruota, correre è rifugio, malattia e cura. Non conoscevo altro che i giorni della settimana in cui venivi a prendermi, mi portavi a mangiare nei posti più belli e poi in camere favolose da cui si vedeva il mare e mi prendevi mentre guardavo fuori e mi chiedevi di tutto e mi facevo plasmare e amare. 

 Non ti ho mai chiesto dove fossi quando non eri con me, il mio Daniele, bello e ricco e dolce. Mea Culpa.

Una mattina andavo all’università e per le strade sentivo una musica di Minghi, era grigio. A Napoli è difficile un cielo così triste. Passai dall’edicola come ogni Lunedì per comprare la mia copia settimanale di Dylan Dog. Esposto in bella vista c’era il titolo di un quotidiano che annunciava un arresto illustre nel nostro quartiere. La tua foto, Daniele, mi si  impresse nella pelle più del tatuaggio che avevamo fatto insieme, più del mare che andavo a guardare ogni mattino, più di tutti gli schiaffi che avevo preso fino a quel momento, che erano tanti. Il quotidiano diceva che il noto boss del nostro quartiere che aveva compiuto centinaia di omicidi e sequestri e rapine e quant’altro, era finalmente nel carcere di Poggioreale.

Pensai che ci fosse un errore: si sbagliavano loro, non potevo sbagliarmi io, io ti conoscevo davvero: eri sempre sorridente e per due anni non ti avevo neanche mai visto far del male ad una formica. Poi col tempo capii che quello che avevo visto era la proiezione di quello che avevo voluto vedere, che ero finita nel baratro dell’idealizzazone e che non mi sarei mai più fidata di nessuno.

Volevo venirti a trovare in carcere ma non me la sentivo, ero terrorizzata dal vederti.  Temevo di trovare di fronte a me il criminale che eri.  Così feci passare molti mesi, mesi  bui e tristi come un Febbraio eterno, mesi in cui persi il conto dei sogni.

Quando ti vidi in quella saletta fu peggio che vederti sul giornale: un uomo che non conoscevo. Scoppiai a piangere e corsi via, ti versai addosso ogni colpa e smisi di mangiare.

E poi passò il tempo e passasti tu ed ora ti ricordo come un’ombra, non so neanche se sei davvero esistito.

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