Solo per stomaci forti. Con lieto fine.


L’argomento non ha a che fare con la collezione Harmony, per quanto sia con lieto fine. Quindi se non amate racconti forti, non gradite argomenti crudi, un po’ pulp, chiudete la pagina e leggetevi qualsiasi altra cosa.
Potrebbe andar bene la Mazzantini.
Che piace un po’ a tutti ma non a me.

È passata una settimana.
Di quelle che ci vogliono gli attributi.
Posso raccontarvela.
Essere tagliata in due non è divertente. Anche se dopo vedrete un fascio di luce che piange, che per voi sarà un sorriso e che ricorderete sempre come il momento in cui essere donna vi ha reso fiera.

Dicevo…’Flebo, catetere, una siringa su un fianco. Distesa, nuda. Indosso solo un camice di carta verde e una cuffietta in tinta per rendere tutto più surreale. Almeno per me.
Ho paura, come tutte quelle che devono avere un cesareo. Ne ho incontrate un pó, non importa se come me ne hanno già avuto uno.

Arriva l’anestesista con le sue domande: ha denti finti? fuma? beve? ha allergie? ha avuto trasfusioni? malattie genetiche?
Poi basta.
Sala operatoria. Non sala parto. Lì donne urlano dal dolore. Qui si ammutoliscono dalla paura.

Seduta prima, due siringhe nella schiena, non fanno poi tanto male. Poi gambe assenti, come deve essere.
È un attimo: stesa su un lettino cosciente solo a mezzo busto. Per la precisione col mezzo busto dove c’è la testa che lavora e il cuore che batte.
Monitorizzazione di pressione e battito. Forse sto guardando una puntata
di Dr House? O sono io che vedo tutto intorno a me che gira e sento che quasi esco dal corpo?. Lipotimia. Poi mi danno un po’ di ossigeno. Va meglio. Sento scavare nella pancia, non vedo niente per fortuna ho un telo di fronte.
Mio fratello mi stringe la mano, fortunata che lui mi assista.
Alla fine tutto bene. Nasce mia figlia. Che è come una pesca: morbida e vellutata e buona. Che miracolo.
Poi la portano via e rimango altri venti minuti in sala operatoria. Ricuciono. Vomito. Poi mi portano in sala osservazione: due ore sola ma almeno il plasil fa effetto.

Mi vorrei alzare la prima notte ma non posso. Sono immobile in ospedale attaccata al letto che sembra abbia piombo in corpo. Dolore, stanchezza, dolore dolore. Devo darle il latte. Mi sento come deve sentirsi qualunque scarafaggio che finisce sulla schiena: inerme, sofferente, impacciata. Proviamo a scendere, dice la vicina di letto. Questa ve la risparmio. Un fallimento. Sembra di cadere. Ancora piombo, ancora bruciore nelle viscere. Nessuna forza nelle gambe.
Poi viene la parte facile: camminare piano piano, il giorno dopo e l’altro ancora e sollevarsi dal letto senza impiegarci cinque minuti aggrappandosi a tutto. Poi viene la parte bella: riesco a dare il latte a mia figlia con due tettone tipo Pamela Anderson e lei che beve felice e mi cerca a bocca aperta come un uccellino che non vede ancora.

E dopo una settimana andiamo a cena fuori.
E questa è la parte migliore: quando capisci che il tempo passa e il dolore pure, che ti rimane la gioia e l’amore. E che sei forte, sempre più forte.
E che finalmente puoi mangiare di nuovo il prosciutto crudo!!!

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3 responses to this post.

  1. Le mie più sincere congratulazioni… mi hai commossa!:-)

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