Servizio in camera


Moquette blu arabescata. Parato giallo oro. Una stanza lunghissima.
Sentivo il rumore dei miei passi incerti su tacchi troppo alti.
Il cuore batteva forte. Cercavo ossigeno da trattenere. Respiravo forte come un aspirapolvere che ingloba tutto e nel tutto non distingue la polvere dall’aria.

Sapevo cosa fare: entrare attraverso la porta scorrevole, superare la reception, simulare disinvoltura, attraversare il bar, girare a destra verso gli ascensori. Ventiduesimo piano.

Avevo i capelli e lo spolverìno bagnato come in un film di quart’ordine. Pioveva a dirotto fuori, a dimostrare che l’imprevisto non è solo la chiave d’azione di un film in TV.
Camera 2224.
Entrare senza bussare.
Sarebbe stato li’ ad aspettarmi, mi aveva detto.

Era sul letto con le gambe incrociate e la camicia fuori dai pantaloni mentre io ero terrorizzata. L’avevo incontrato per un anno, per un anno mi ero stesa sul lettino e gli avevo raccontato i miei pensieri le mie paure le mie ossessioni.
Dopo un anno non solo non ero guarita, ma mi ero trovata col suo invito tra le mani e il mio cuore all’altezza della trachea.

Diretto, conciso, deciso mi aveva chiesto di raggiungerlo per fare sesso, se la cosa mi andava. Ne avevamo discusso, a me l’idea affascinava molto: lui era forte e bello e faceva sempre le domande giuste. Ma la mia domanda era perché? Perché proporsi ad una paziente nel bel mezzo di una terapia quando questo era contro ogni etica oltre che contro la logica?
Le sue erano risposte vaghe, mi rigirava come un calzino forte del potere che aveva su di me.
Poi in seguito avrei scoperto che lo aveva fatto spesso, che era un suo “vizio”, che aveva un debole per le pazienti.
Quel giorno mi sembrava più affascinante del solito, aveva un guizzo negli occhi di chi è felice di aver catturato la preda.
Avevo bevuto un bel po’ di spumante prima di stendermi ancora una volta sul lettino, questa volta nuda e pronta per accoglierlo.
Mi aveva sfilato i vestiti. Gli avevo sfilato i vestiti. Era sopra di me. Sentivo respiro e battito.

“Toc toc! Servizio in camera!”
“Cos’è uno scherzo?” Sembrava una puntata di beautiful. Ma non lo era.
Era sua moglie, che lo aveva seguito e aveva corrotto un tizio dell’albergo per farsi dare numero di camera e chiave. Ed eccola lì vestita, dinanzi a noi nudi.

Non ho fatto una piega. Mi sono alzata mi sono rivestita e sono andata via lasciandoli a litigare.

Non so se la moglie gli mandò mai lettera dell’avvocato. Di certo, fu quello che feci io.

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