Stupro


Prima di entrare ebbi un colpo allo stomaco ed uno al setto nasale, dritto, preciso, secco. Sangue. In gola prima ancora che sulle mani. Caldo, come il latte che mi scaldava mia madre ogni mattina, ferroso, come il ciondolino portafortuna che masticavo la notte quando avevo paura.

Sembrò giusto al prete della parrocchia della chiesa dell’Annunziata, sembrò giusto al sindaco che addobbò il paese a festa, come un albero di Natale e in generale parve opportuno alla processione del paese tutta: la Madonna andava portata in spalla. La processione passò piena piano. A Standicce in casa non era rimasto nessuno. Arrivati alla porta principale del paese, i due viali attigui si aprivano accogliendo bancarelle con ogni delizia per grandi e piccini, sogni di zucchero materializzati in coriandoli colorati, spumoni, paffute caramelle gommose, liquirizie, nocciole caramellate e ogni sorta di umano fanciullesco fottutissimo desiderio.

Il sangue è famigerato. Troppo denso per fingerlo acquerello su tela. Era proprio il mio ed era dappertutto, esattamente come il dolore. Entrata dal portone mi sorprese alle spalle e mi trascinò per i capelli su scale in pietra durissime. Non vidi la porta, la vista era annebbiata e il dolore lancinante, non urlai, contai i battiti delle lancette. Masticavo il sangue nei capelli e pensavo alle palme a ridosso della spiaggia bianca, la spiaggia della mia città. Mi sembrava lontana. Sentivo affondare dentro di me come una spranga nella pancia, presi molti schiaffi, restituii solo un muto silenzio. Quando finì non avevo lacrime, pensai fosse bene, la dignità mi richiamava all’ordine, dovevo ricompormi per tornare a casa e dare uno straccio di immagine solida a mio padre.

Uno , due, tre…che partano i fuochi! Maria , la domestica, stava sistemando la camere di Luigino, il signorino, quando la signora Luisa arrivò urlando aiutooo aiutoooo c’è una cosa insanguinata, una persona, credo sia una donna. Per strada ero svenuta. La dignità non tiene in piedi un corpo devastato. Mi avevano raccolto in un angoletto delle mura in pietra della città vecchia, sulla strada semideserta a causa della processione nella parte nuova. La signora Luisa passava di lì solo perché si era attardata avendo ricevuto al telefono la chiamata del figlio da Nueva York, come diceva lei. Dato il fuso, quello era l’orario concordato per dare un po di senso all’assenza quotidiana che la signora Luisa fingeva bene di non sentire. 

Ed in quanto al sentire, non sentivo nulla. Solo un ago nel braccio. Avevano chiamato un dottore, avevo rifiutato l’ospedale con la caparbia stupida di certi miei momenti fragili, mi avevano sciacquata e fatto un lavaggio. Quando mi ero svegliata con mille domande, sentivo le voci della processione, o forse le mie di dentro.

Il dottore fu gentile. Cosa mi era successo? Volevo chiamare la polizia? Davvero non volevo andare in ospedale? Avevo una piccola lacerazione. Gli dissi che se era piccola sarebbe guarita da sola. Non dissi altro perché non pensai altro.

La processione e la festa terminarono a tarda sera, bastò questo a riportare alla normalità il rumore, mi riaddormentai, sognai mia nonna che sorrideva.

La signora Luisa si prese cura di me, anche quando mio padre venne a salutarmi. Rimase muto, non mi chiese nulla, gliene fui grata. Da quando la mamma ci aveva lasciato, tra noi c’era un muto profondo legame. Le parole non arrivano dappertutto. Lo vidi piangere in disparte, mi sarei volentieri strappata un braccio che vederlo soffrire a causa mia, poi pensai che la vita non sempre ti dà una scelta. Però in quel momento e solo allora mi salì la rabbia. La scelta ce l’avevo. E avevo un preciso dovere verso di me e verso chi amavo. Quello di vivere. E vivere richiede alzarsi anche quando non hai la forza, guardare la verità negli occhi e lottare per essa.

Andai a denunciare il signorino Luigino.

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